Pablo, Michael, e Hank: da Fort Worth al braccio della morte

L’associazione Carlo Bortolani Onlus volerà in Texas questa settimana per portare la solidarietà a chi, colpevole o innocente, verrà giustiziato. I drammatici casi di Michael Toney, Hank Skinner e Pablo Melendez e la (in) giustizia americana.

Pubblichiamo di seguito la descrizione dei singoli casi di tre condannati a morte originari di Fort Worth che l’Associazione incontrerà nei prossimi giorni nel carcere di Livingston (Texas).

melendez2.jpgPablo Melendez: Nell’agosto del 1994 Pablo Melendez Jr. era ancora adolescente, sniffava colla ed era in libertà vigilata, quando un uomo di 29 anni, bianco, apparentemente in attesa di qualcuno che gli portasse droga, fu assassinato a Fort Worth. L’uomo era in compagnia di un altro uomo, ferito al collo con un colpo d’arma da fuoco, il quale – 10 giorni dopo l’accaduto – così descrisse alla polizia la persona che aveva sparato: maschio, giovane, con barba e baffi, folte sopracciglia nere, coda di cavallo, tatuaggio sulla spalla destra. La foto di Pablo, scattata 5 giorni prima dell’inizio della libertà vigilata e presa dalla sua scheda, lo ritraeva col viso rasato, le sopracciglia normali e senza coda di cavallo. Non aveva alcun tatuaggio sulla spalla destra, né prima né nove mesi dopo, cioè al momento del suo arresto per l’omicidio di Michael Sanders. Pablo era membro di una banda guidata da Robert Gonzalez Jr., uno dei principali testimoni contro di lui.

Il fratello più giovane di Gozales, Roel, corrispondeva perfettamente alla descrizione dell’assassino e molte persone dissero di averlo visto nei pressi del luogo del crimine al momento del crimine.
… Melendez non era in grado di ricordare granché di quanto accaduto quella notte, in quanto aveva sniffato solvente, aveva bevuto ed era svenuto. Furono i membri della banda a dirgli, in seguito, che aveva ucciso qualcuno. Pablo, non sapendo a cosa credere e come comportarsi, fuggì in Messico, dove restò per qualche mese, fino a quando sua madre lo riportò in Texas, dicendogli di costituirsi. Nel frattempo, un altro membro della banda concluse un accordo con la Procura, fece il nome di Pablo Melendez per poter uscire di galera e trovare così una soluzione al caso, e testimoniò contro di lui in tribunale nel 1996. Melendez era l’unico membro della banda a non avere legami di sangue con gli altri.
Per ragioni che l’avvocato non ricorda, la foto che ritraeva Pablo al tempo della libertà vigilata fu presentata in tribunale molto tempo dopo, soltanto nella fase processuale di comminazione della pena. Roel Gonzales fu chiamato in aula per essere confrontato con l’identikit approntato a suo tempo soltanto in una fase molto avanzata del processo, dopo che Melendez era stato già dichiarato colpevole.
Allan Butcher, l’avvocato che Melendez ebbe all’appello diretto, focalizzò la difesa sulla questione di un testimone di cui la Difesa era venuta a conoscenza dopo il processo dalla madre della vittima, la quale era convinta che fosse stato giudicato colpevole l’uomo sbagliato. Il genitori della vittima avevano parlato entrambi con il testimone in questione, un uomo d’affari di colore che si trovava nei pressi del luogo del delitto, il quale aveva sentito degli spari e delle grida ed era andato in auto fino al luogo dell’omicidio ed parlato con diversi uomini ispanici che si trovavano vicino al veicolo guidato dalla vittima. Inizialmente l’uomo d’affari disse alla Difesa che avrebbe testimoniato, ma improvvisamente cambiò idea e cambiò sostanzialmente la sua versione dei fatti.
Jack Strickland, l’avvocato difensore di Melendez all’habeas statale e federale, si focalizzò sulla medesima questione, senza svolgere nessuna nuova indagine, nonostante l’uomo sopravvissuto avesse testimoniato contro Melendez, invalidando così la descrizione dell’assassino che egli stesso aveva inizialmente fornito alla polizia, nonostante il misterioso cambiamento di versione dell’uomo d’affari di colore e nonostante le discordanze nelle dichiarazioni rilasciate dai membri della banda relativamente alla presenza di Roel Gonzales.
Melendez ha recentemente avuto una sospensione dell’esecuzione all’ultimo minuto ed è ancora rinchiuso nel braccio della morte, nonostante l’esistenza di quella fotografia che lo ritrae poco prima dell’omicidio e di una foto di Roel Gonzales che corrisponde in pieno alla descrizione dell’omicidio fatta dal superstite.
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toney.jpgMichael Toney:

La tragedia ebbe luogo il 28 novembre 1985, giorno del Ringraziamento, nei pressi di Fort Worth. I membri della famiglia Blount ed il loro cugino Michael furono vittime di un attentato dinamitardo a casa loro. Soltanto Robert Blount e sua madre si salvarono.

Per oltre 11 anni la tragedia rimase insoluta. Poi, in seguito all’esplosione ad Oklahoma City, si cominciò ad indagare con maggior impegno in tutti i casi di esplosione di bombe, incluso quello commesso ai danni della famiglia Blount. I risultati delle indagini portarono alla messa in stato di accusa di Michael Toney , un cowboy di rodeo che in precedenza era stato giudicato colpevole e condannato più volte per furto con scasso.
Nel 1997, Toney si trovava in carcere. Un compagno di prigionia, Joe Toole, gli raccontò dell’esplosione a casa Blount. Michael Toney, che non sapeva nulla di quel fatto, riferì la notizia dell’attacco di 12 anni prima a Charles Ferris, un altro detenuto. Quest’ultimo fece un accordo con la Procura ed ottenne il rilascio dopo aver dichiarato che il colpevole della bomba fatta esplodere a casa Blount era Michael Toney, il quale venne ufficialmente incriminato il 4 dicembre 1997.
Contro Toney non venne trovata alcuna prova materiale; c’erano solo alcuni testimoni, che comunque in seguito (quasi tutti) ritrattarono la propria dichiarazione.
I testimoni:
* Charles Ferris: si appellò al 5^ Emendamento per paura di essere chiamato a testimoniare al processo ed essere accusato di spergiuro;
* Kim Toney, ex moglie di Michael, risposatasi da allora;
* Chris Meeks (amico di Michael); * Denise Wallenhurst, amica di Michael, dichiarò sotto giuramento di aver subìto vessazioni affinché testimoniasse contro Michael. Al processo, convinta della sua innocenza, si schierò dalla parte di Michael. Kim Toney e Chris Meeks riferirono i fatti del 28 novembre 1985 e parlarono del tempo trascorso quella sera con Michael Toney. Raccontarono altresì delle bugie dette, costretti dall’Accusa, e di quanto successo dopo l’attacco a casa Blount. Prove incontestabili della natura diffamatoria delle loro dichiarazioni vennero fornite al processo. Non soltanto le prove a carico di Michael Toney presentate al processo erano totalmente insoddisfacenti, ma non furono fatti neanche tentativi di trovare il vero colpevole….Non è stata ancora trovata alcuna ragione per il crimine commesso. Senza aver ancora stabilito alcun legame fra il crimine e Michael Toney, la giuria (seguendo le direttive del Procuratore Distrettuale, Michael Parrish) confermò il principio del “trasferimento di intenzione”, secondo cui Michael Toney aveva intenzione di uccidere qualcuno (non si sa chi né perché) e fu in queste circostanze che i membri della famiglia Blount persero la vita.
Michael Roy Toney è stato condannato a morte il 28 maggio del 1999.
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skinnerHank Skinner: Alla vigilia di capodanno del 1993 una donna e i suoi due figli di 20 e 22 anni furono brutalmente assassinati. Twila Busby era la moglie de facto di Hank Skinner e viveva con lui sotto lo stesso tetto. Al momento del crimine Hank era in casa, svenuto e sdraiato sul divano del soggiorno: aveva inavvertitamente bevuto dal bicchiere di uno degli invitati alla festa di fine anno e pare che il drink contenesse farmaci a base di codeina, sostanza a cui Hank è molto allergico.
Allo sceriffo Hank non era mai piaciuto, considerando che in passato si era dato da fare per portare alla luce dei complotti che avevano portato in carcere persone innocenti e, così facendo, aveva pubblicamente coperto di ridicolo lo sceriffo e il procuratore distrettuale. Non appena la polizia fu informata del crimine, lo sceriffo decise che il colpevole era Hank, ancor prima di esaminare la scena del crimine ed iniziare le indagini. In effetti, non vennero svolte indagini per ricostruire l’accaduto e trovare l’assassino.

Hank lotta da 11 anni per avere giustizia. Oggi il suo caso rappresenta un esempio drammatico e lampante della giustizia texana, dove una vita non vale granché se in gioco ci sono questioni politiche.

Queste le prove della sua ingiusta condanna. Hank non può essere l’assassino perchè:

- la sua condizione fisica al momento del crimine e nelle ore successive dimostra che la reazione allergica alla codeina, associata a bevande alcoliche, lo aveva portato in uno stato comatoso quasi letale. L’allergia a questa sostanza è documentata nella scheda medica di Hank fin da quando aveva 17 anni. Secondo l’esperto tossicologo, William Lowry, non c’è alcun dubbio che Hank si trovasse in condizioni talmente gravi da non potersi neanche reggere in piedi, e sicuramente non era in grado di colpire ed uccidere 3 persone, fra cui due ragazzi giovani e forti;

- la ferita alla nuca di Twila era stata inflitta da mani possenti. All’epoca del crimine, Hank si stava riprendendo da una grave ferita al palmo di una mano che aveva ridotto del 50% la sua forza. In base ai risultati dell’autopsia eseguita sul corpo di Twila, l’assassino era un uomo molto forte, al punto da causare diverse fratture al collo della vittima durante lo strangolamento;

- nonostante la disponibilità di una grande quantità di materiale genetico sulla scena del delitto (pezzi di unghie, kit stupro, impronte, due coltelli, uno strofinaccio da cucina sporco di sangue ed una giacca da uomo di taglia molto superiore a quella di Hank, rinvenuta in soggiorno) nulla venne testato, prima del processo, al fine di determinare il DNA. Nel 2000, il locale procuratore distrettuale, John Mann, che stava per lasciare il suo incarico avendo perduto le elezioni, decise di procedere a test di laboratorio e, senza seguire il protocollo regolare con la Difesa, fece esaminare i 2 capelli trovati nella mano di Twila. John Mann si accordò con un laboratorio privato e, prim’ancora di avere in mano i risultati dei test, disse ai media che Hank era il colpevole, perché i capelli erano suoi. Quando i risultati dei test furono resi disponibili, si stabilì che non soltanto i capelli non appartenevano ad Hank, ma anche che non potevano essere in nessun modo legati a lui;

- furono trovati due coltelli sul luogo del delitto, di cui uno in una busta in plastica con sopra un’impronta. L’impronta non era di Hank. Non vennero svolte alcune indagini su quell’impronta al fine di determinare a chi appartenesse;

- un potenziale sospetto non fu mai interrogato né vennero svolte indagini sul suo conto. Robert Donnell, lo zio materno di Twila, aveva un passato criminale ed aveva in precedenza stuprato Twila, alla quale continuava a dare fastidio. Anche la notte della tragedia, ad un party dove erano presenti entrambi, Twila era stata importunata seriamente da Robert Donnell, di cui lei aveva molta paura. Donnell fu visto lasciare il party verso le 23:45, ma tornò a casa soltanto verso le 2 del mattino.

- gli appelli post-condanna furono una beffa giudiziaria, ancor più del processo. Ancora oggi la richiesta di habeas corpus non è stata esaminata da una Corte di Stato. Lo Stato nega ad Hank la possibilità di eseguire il test del DNA, che senza alcun dubbio dimostrerebbe la sua innocenza, nonostante Hank si sia offerto di sostenere tutti i costi di analisi e nonostante nel 2004 in Texas sia stata approvata una legge che prevede che i condannati a morte possano avere accesso al test del DNA per provare la loro eventuale innocenza. Questa battaglia procedurale va avanti da anni ed alcune mozioni, al fine di ottenere il test, sono attualmente pendenti.

24 maggio 2006     Categoria: Iniziative, Un abbraccio ai condannati a morte